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Call center, otto pendolari e una gestione che scarica tutto sui lavoratori

Call center, otto pendolari e una gestione che scarica tutto sui lavoratori

La vicenda dei lavoratori del call center di Treglio trasferiti a Teramo è l’ennesima prova di una gestione che continua a chiedere sacrifici sempre e solo agli stessi. Otto lavoratori restano pendolari, cinque dei tredici operatori trasferiti a Teramo si sono già dimessi, e il quadro che emerge è quello di una situazione ormai insostenibile.

Parliamo di persone che ogni giorno percorrono oltre 200 chilometri tra andata e ritorno, con costi economici e personali pesantissimi, per conservare un posto di lavoro che avrebbe dovuto essere tutelato e non stravolto dall’oggi al domani. Questa non è riorganizzazione: è una lenta erosione della dignità del lavoro.

Una scelta che divide e indebolisce

Il trasferimento da Treglio a Teramo, deciso dall’azienda affidataria dell’appalto, ha prodotto un effetto immediato e prevedibile: dimissioni, incertezza e stress per chi è rimasto. L’operazione è stata presentata come una soluzione organizzativa, ma nei fatti ha creato una condizione di precarietà ancora più grave.

Gli operatori parlano apertamente di una “gara ad eliminazione”, perché chi non regge economicamente e materialmente questi spostamenti viene semplicemente espulso dal sistema. È un’immagine dura, ma purtroppo molto efficace per descrivere quello che sta accadendo.

Le responsabilità della Regione

Non basta constatare il problema: servono risposte politiche. In Commissione regionale erano già state sollevate criticità precise, e l’assessore aveva annunciato interventi e nuove soluzioni. Eppure, a distanza di giorni, nulla è cambiato davvero: si continua a rinviare, mentre i lavoratori pagano il prezzo dell’inerzia istituzionale.

È proprio questo il punto più grave. Se si riconosce un problema, se si ascoltano i sindacati e se si ammette che la soluzione attuale non funziona, allora bisogna intervenire subito. Altrimenti il confronto istituzionale si trasforma in una semplice formalità, utile solo a prendere tempo.

Non si può chiedere obbedienza, bisogna garantire diritti

L’articolo mostra con chiarezza che gli operatori non stanno chiedendo privilegi, ma una cosa elementare: poter lavorare senza essere costretti a scegliere tra reddito, salute, tempo e spese insostenibili. In questi mesi si è preferito lasciare tutto fermo, mentre cresceva il disagio di chi deve organizzare la propria vita attorno a orari impossibili e viaggi quotidiani estenuanti.

Un lavoro stabile non può diventare una prova di resistenza. E un servizio affidato in appalto non può essere gestito come se la tenuta umana dei lavoratori fosse un dettaglio secondario.

Serve una soluzione vera

La Regione deve pretendere dall’azienda una soluzione definitiva, non un altro rinvio. Serve rimettere al centro il personale, la continuità del servizio e le condizioni di lavoro, perché senza lavoratori tutelati non esiste qualità del servizio né affidabilità per l’utenza.

Questa vicenda non riguarda solo il call center di Treglio. Riguarda il modo in cui si tratta il lavoro quando diventa scomodo, quando costa correggere gli errori e quando sarebbe più facile lasciare che a pagare siano sempre gli stessi.