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Infermieri: professionisti del futuro con contratti fermi a trent’anni fa. La mia proposta

Infermieri: professionisti del futuro con contratti fermi a trent’anni fa. La mia proposta

Se continuiamo a ignorare la realtà, tra meno di dieci anni in Abruzzo e in Italia rischiamo di non avere abbastanza infermieri per garantire il diritto alla salute. Non è un allarmismo, ma una certezza matematica che la politica ha il dovere di affrontare oggi, prima che sia troppo tardi.

Per questo ho depositato una risoluzione in Consiglio regionale. L’obiettivo è impegnare la Regione Abruzzo a farsi promotrice a livello nazionale – presso Governo, Parlamento, ARAN e Conferenza delle Regioni – di una riforma storica: l’istituzione di una specifica area contrattuale autonoma per la professione infermieristica.

Un’evoluzione straordinaria mai riconosciuta nei fatti

Negli ultimi trent’anni il mondo della sanità è cambiato radicalmente, e con esso la figura dell’infermiere. È stato abolito il vecchio mansionario, è stata riconosciuta l’autonomia professionale ed è stata introdotta la formazione universitaria obbligatoria, che oggi prevede lauree magistrali e percorsi di altissima specializzazione (dalle cure intensive all’emergenza-urgenza, fino alla medicina di comunità).

Lo Stato investe giustamente sulla crescita di queste competenze, ma a questa evoluzione scientifica e professionale non è mai corrisposto un adeguamento dei contratti. C’è un abisso tra quello che la legge chiede a un infermiere in termini di responsabilità (civile e penale) e il modo in cui questo professionista viene valorizzato all’interno della contrattazione collettiva nazionale.

La fuga all’estero e il crollo delle vocazioni

I numeri della crisi italiana ed europea sono impietosi:

  • In Italia abbiamo circa 6,5 infermieri ogni 1.000 abitanti, contro una media europea superiore a 8 (e punte di oltre 10 nei paesi del Nord Europa).
  • Si stima una carenza immediata di oltre 65.000 professionisti, che diventerebbero 170.000 se volessimo allinearci agli standard europei.

Mentre i bisogni di cura aumentano a causa dell’invecchiamento della popolazione, assistiamo a un crollo delle iscrizioni all’università, a un aumento delle dimissioni volontarie e a una vera e propria fuga all’estero. I nostri giovani scelgono di andare a lavorare in altri Paesi europei dove gli stipendi sono più alti del 30-40% e dove i percorsi di carriera sono stimati e valorizzati.

Libera professione: superiamo l’esclusività

All’interno della risoluzione ho voluto inserire un altro punto strategico: il superamento del vincolo di esclusività. Parliamo di professionisti laureati e iscritti a un Ordine. È arrivato il momento di consentire loro, in forme regolamentate e compatibili con il servizio pubblico, l’esercizio della libera professione al di fuori dell’orario di lavoro. Non significa indebolire la sanità pubblica, ma dare ossigeno a competenze che oggi vengono mortificate da regole vecchie.

Non è una semplice vertenza, è il futuro della sanità

Questa non è una semplice battaglia sindacale o di categoria. Qui in gioco c’è la tenuta stessa del nostro Servizio Sanitario Nazionale.

Pensare di risolvere il problema tamponando la carenza strutturale con il continuo reclutamento di personale dall’estero è una mezza verità che non funziona nel lungo periodo. Ogni professionista merita rispetto e integrazione, ma un Paese avanzato non può basare la propria programmazione sanitaria sulla formazione altrui solo perché non è capace di rendere attrattiva la professione a casa propria. È una sconfitta per tutto il sistema.

Investiamo risorse pubbliche per formare eccellenze nelle nostre università e poi le regaliamo agli altri sistemi sanitari. Dobbiamo invertire la rotta. La professione infermieristica è cambiata profondamente, è il contratto che è rimasto indietro. E quando le competenze corrono più veloci delle regole, è compito della politica intervenire per garantire la qualità dell’assistenza e la sicurezza delle cure per tutti noi.